The Wich Blair project
Uno dei nostri quotidiani preferiti, Il Foglio, ci ha appena inviato una mail nella quale si esorta ad appoggiare la candidatura di Tony Blair alla carica di presidente del Consiglio Europeo. A quanto pare, in base al Trattato di Lisbona, la presidenza di questo consiglio non sarà più semplicemente una carica priva di significato.

Pubblichiamo la traduzione dell'editoriale di oggi del New York Sun
Uno dei nostri quotidiani preferiti, Il Foglio, ci ha appena inviato una mail nella quale si esorta ad appoggiare la candidatura di Tony Blair alla carica di presidente del Consiglio Europeo. A quanto pare, in base al Trattato di Lisbona, la presidenza di questo consiglio non sarà più semplicemente una carica priva di significato: il suo detentore avrà un mandato di due anni e maggiori poteri, non comunque da poter fare qualcosa di concreto se ci fosse un presidente americano forte e deciso nel promuovere i nostri interessi. Ma in un’epoca di ritirata americana, e con soltanto il presidente ceco rimasto a battersi contro Lisbona, la questione sollevata dal Foglio merita di essere presa in considerazione.
Il Trattato di Lisbona non è soltanto un tragico disastro ma anche uno scandalo. E’ stato promosso a forza dai sostenitori dell’idea che sia necessaria un’Europa forte e unita per contrastare l’America – anche per sfuggire al rifiuto della Costituzione Europea decretato dagli stessi elettori. Il nostro editoriale sulla tragedia del Trattato di Lisbona, intitolato “For Whom rhe Bell Tolls”, è stato pubblicato a dicembre del 2007, e lo scandalo che rappresentava è stato descritto da Conrad Black in un articolo intitolato “America’s European Lesson”, uscito a maggio del 2008.
“Estremamente spudorato”: sono queste le parole usate da Black per descrivere la cosa: “E’ davvero spudorato che i governi francese e britannico abbiano promesso un referendum sul Trattato di Lisbona, poi, accortisi che non erano in grado di vincerlo, lo abbiano sostituito con la promessa di un approfondito dibattito parlamentare; ma resisi conto che anche questo poteva far sorgere problemi, hanno cercato di imporre una frettolosa disposizione legislativa”. Ma Black si spinge ancora più in profondità: soltanto qualche anno fa, tutto questo sarebbe stato impossibile; ma gli europei sono non soltanto “preoccupati dalla propria debolezza”, ma, “ancor più, sono impauriti dalle debolezze dell’unilateralismo americano, così come di un mondo unipolare con un’incerta leadership americana”.
Ora ci troviamo esattamente in questa situazione, con un nuovo presidente americano che ha fatto di una leadership incerta (o almeno dell’idea che gli americani non possono agire da soli) il centro stesso della sua dottrina. Dopo avere annunciato di voler fare della guerra in Afghanistan il fronte principale della guerra contro il terrorismo, la nuova amministrazione sta ora abbondando completamente l’idea di una guerra al terrorismo, e ritirandosi in una specie di dibattito cartesiano su cosa fare in Afghanistan. Di fronte alle minacce della cricca del Cremlino, ha rinunciato all’accordo stipulato con i polacchi sulla difesa missilistica.
E’ in tale contesto che tendiamo a vedere la prospettiva dell’elezione di Tony Blais alla carica di presidente del Concilio Europeo. Questa carica è stata però bloccata dal fatto che Lisbona è una partita che si gioca attorno alla volontà degli elettori. E quale Blair sarà? Il Blair che, malgrado la forte opposizione della vecchia Europa, si è schierato al fianco dell’America nella guerra contro l’Iraq? Oppure il Blair multilaterale che è andato a bussare alla porta dei paesi del Medio Oriente in cerca di pace e che ha sostenuto proprio la stessa posizione sulla base della quale ora spera di accordarsi con la medesima Europa con cui si è scontrato nei primi anni di questa guerra?
L’alleato di guerra del presidente Bush è probabilmente la persona più indicata per assumere la nuova carica. Ma il fatto è che noi non crediamo che le paure indicate da Black potranno essere neutralizzate da qualsiasi presidente del Consiglio Europeo. Saranno neutralizzate soltanto da una forte leadership americana e da una vittoria nell’attuale guerra. Non escluderemmo completamente l’idea che il presidente Obama potrebbe affermarsi non soltanto come il comandante in capo de jure e de facto, ma anche come un vero leader di guerra nel classico senso di questa parola. Ma finora non lo ha fatto. E finché Obama, o un altro presidente americano, non lo farà, i grandi giornali europei, come Il Foglio, continueranno a coltivare speranze sulla presidenza del Consiglio Europeo. (traduzione di Aldo Piccato)
Il Trattato di Lisbona non è soltanto un tragico disastro ma anche uno scandalo. E’ stato promosso a forza dai sostenitori dell’idea che sia necessaria un’Europa forte e unita per contrastare l’America – anche per sfuggire al rifiuto della Costituzione Europea decretato dagli stessi elettori. Il nostro editoriale sulla tragedia del Trattato di Lisbona, intitolato “For Whom rhe Bell Tolls”, è stato pubblicato a dicembre del 2007, e lo scandalo che rappresentava è stato descritto da Conrad Black in un articolo intitolato “America’s European Lesson”, uscito a maggio del 2008.
“Estremamente spudorato”: sono queste le parole usate da Black per descrivere la cosa: “E’ davvero spudorato che i governi francese e britannico abbiano promesso un referendum sul Trattato di Lisbona, poi, accortisi che non erano in grado di vincerlo, lo abbiano sostituito con la promessa di un approfondito dibattito parlamentare; ma resisi conto che anche questo poteva far sorgere problemi, hanno cercato di imporre una frettolosa disposizione legislativa”. Ma Black si spinge ancora più in profondità: soltanto qualche anno fa, tutto questo sarebbe stato impossibile; ma gli europei sono non soltanto “preoccupati dalla propria debolezza”, ma, “ancor più, sono impauriti dalle debolezze dell’unilateralismo americano, così come di un mondo unipolare con un’incerta leadership americana”.
Ora ci troviamo esattamente in questa situazione, con un nuovo presidente americano che ha fatto di una leadership incerta (o almeno dell’idea che gli americani non possono agire da soli) il centro stesso della sua dottrina. Dopo avere annunciato di voler fare della guerra in Afghanistan il fronte principale della guerra contro il terrorismo, la nuova amministrazione sta ora abbondando completamente l’idea di una guerra al terrorismo, e ritirandosi in una specie di dibattito cartesiano su cosa fare in Afghanistan. Di fronte alle minacce della cricca del Cremlino, ha rinunciato all’accordo stipulato con i polacchi sulla difesa missilistica.
E’ in tale contesto che tendiamo a vedere la prospettiva dell’elezione di Tony Blais alla carica di presidente del Concilio Europeo. Questa carica è stata però bloccata dal fatto che Lisbona è una partita che si gioca attorno alla volontà degli elettori. E quale Blair sarà? Il Blair che, malgrado la forte opposizione della vecchia Europa, si è schierato al fianco dell’America nella guerra contro l’Iraq? Oppure il Blair multilaterale che è andato a bussare alla porta dei paesi del Medio Oriente in cerca di pace e che ha sostenuto proprio la stessa posizione sulla base della quale ora spera di accordarsi con la medesima Europa con cui si è scontrato nei primi anni di questa guerra?
L’alleato di guerra del presidente Bush è probabilmente la persona più indicata per assumere la nuova carica. Ma il fatto è che noi non crediamo che le paure indicate da Black potranno essere neutralizzate da qualsiasi presidente del Consiglio Europeo. Saranno neutralizzate soltanto da una forte leadership americana e da una vittoria nell’attuale guerra. Non escluderemmo completamente l’idea che il presidente Obama potrebbe affermarsi non soltanto come il comandante in capo de jure e de facto, ma anche come un vero leader di guerra nel classico senso di questa parola. Ma finora non lo ha fatto. E finché Obama, o un altro presidente americano, non lo farà, i grandi giornali europei, come Il Foglio, continueranno a coltivare speranze sulla presidenza del Consiglio Europeo. (traduzione di Aldo Piccato)